SEMINARIO “LA CULTURA DELL’IMPRESA E DELL’IMPRENDITORE”

 

Il seminario si prefigge l'obiettivo di stimolare/guidare i giovani verso un loro futuro come imprenditori.

I contenuti sono basati su materiale continuamente aggiornato e che comprende le tre componenti di base per l'avvio di una propria Impresa:

-la preparazione del Business plan

-la progettazione e la gestione dell'Impresa

-l'accesso ai finanziamenti disponibili per i giovani Imprenditori

 

Valutare l’idea

Per partire occorre un’idea

Da grande farò l’imprenditore

Nessun’impresa è impossibile se pensiamo che ne valga veramente la pena:

questo è lo spirito giusto con cui iniziare!

Nel mio cuore c’è sempre stati  il desiderio di poter fare “da grande” l’imprenditore.

Effettivamente, in questi anni, si è parlato sempre più spesso di una crescita del desiderio di autoimprenditorialità anche perché il mito del posto fisso sta crollando.

In qualche caso, pensare di mettersi in proprio, è una sorta di necessità perché non si riesce a trovare un posto di lavoro, perché si è rimasti disoccupati ad una certa età, quando nessuno è disposto ad assumerci.

In altri casi, il desiderio di avviare una propria attività nasce dalla voglia di cambiamento: il lavoro che facciamo non ci soddisfa, è precario, abbiamo cattivi rapporti con il capo o con i colleghi.

Per le donne spesso capita che, in seguito alla nascita di un figlio, si avverte la necessità di svolgere un lavoro più flessibile negli orari o che possa essere eseguito in casa.

Qualunque sia il motivo per cui stiamo pensando di metterci in proprio dobbiamo essere consapevoli che diventare imprenditori non è facile. L’ostacolo maggiore non è, come spesso si pensa, la mancanza di capitali da investire.

Spesso l’ostacolo maggiore siamo noi. Sì, perché per avviare un’impresa occorrono delle competenze professionali e delle capacità personali.

Tuttavia, mentre le prime si possono acquisire le seconde dipendono molto dal nostro carattere e dalla nostra personalità. Spesso si pensa che un’idea giusta può rendere l’impresa vincente, ma non sempre è così. Invece capita di vedere, soprattutto nelle piccole imprese, che la differenza tra un’impresa e l’altra la fa l’imprenditore: il condottiero della nave.

Questa premessa non vuole scoraggiare nessuno, ma è necessaria affinché decidere di mettere su un’impresa non sia un salto nel vuoto, un’avventura di cui non si è valutato attentamente rischi e prospettive.

Il punto di partenza quindi è valutare se stessi.

Per essere imprenditori occorre sapersi assumere delle responsabilità. L’attività d’impresa, infatti, comporta sempre l’assunzione di un rischio da parte del titolare. Per quanto l’attività possa essere condotta in maniera saggia, con un’attenta pianificazione, in modo da ridurre al massimo i rischi assunti, l’impresa opera sempre in un contesto variabile e fatti imprevisti o imprevedibili possono intervenire. Il rischio è insito nell’attività d’impresa e, seppure l’imprenditore dovrà cercare di contenerlo, non potrà mai eliminarlo completamente.

L’imprenditore deve essere dotato di capacità d’iniziativa, deve saper prendere delle decisioni, a volte in tempi brevi, che possono comportare anche rischi notevoli.

Deve avere, o acquisire, delle buone doti d’organizzazione e di programmazione dell’attività.

Una buona dose d’entusiasmo, di determinazione e di voglia di riuscire non guastano quando si decide di tuffarsi in quest’idea: in fondo si tratta di una sfida con se stessi.

Prima di partire con l’idea, quindi, iniziamo con il porci alcune domande:

· Siamo in grado di assumerci delle responsabilità? Siamo dotati di una certa propensione al rischio?

· Abbiamo delle doti di iniziativa, capacità di organizzazione e di programmazione? Siamo in grado di gestire in modo autonomo e flessibile i nostri orari?

· Quali sono i nostri punti di forza e le nostre debolezze che potrebbero incidere sul futuro lavoro?

· Siamo dotati della capacità di metterci in relazione con gli altri?

· Siamo persone dotate di senso della realtà e concretezza?

· Abbiamo entusiasmo, determinazione, curiosità, creatività, senso critico?

Ovviamente queste sono solo alcune delle nostre caratteristiche personali che possono essere esaminate. Rappresentano una sorta di punto di partenza sul quale lavorare.

 

L’idea di partenza

A questo punto, se decidiamo di volerci provare, dobbiamo iniziare col trovare l’idea giusta, in altre parole dobbiamo pensare al bene che la nostra impresa dovrà produrre o vendere o al servizio da offrire ai clienti.

Questo significa decidere anche se essere dei produttori di determinati beni, se vogliamo limitarci a vendere beni prodotti da altri o se vogliamo produrre dei servizi da offrire alla clientela.

Non è necessario che l’idea sia originale, mentre è importante che sia chiara e realizzabile.

L’idea è il punto di partenza del processo di creazione di un’impresa e dunque ad essa va prestata molta attenzione. Senza un’idea non si può neanche iniziare a pensare di mettersi in proprio.

E’ chiaro che potremmo pensare di offrire alla clientela un prodotto o un servizio assolutamente innovativi che nessun altro offre sul mercato, ma si potrebbe pensare anche di migliorare le caratteristiche qualitative di un prodotto o di un servizio già presenti sul mercato. Un'altra alternativa è quella di migliorare il processo produttivo di un bene o di un servizio in modo da poter offrire prodotti già presenti sul mercato, con le stesse caratteristiche un prezzo inferiore. Lo stesso discorso è valido se si riesce ad applicare alla propria impresa un’organizzazione del lavoro che consente la

riduzione dei costi sostenuti dall’impresa permettendo di vendere a dei prezzi inferiori rispetto a quelli applicati dalla concorrenza. E’ possibile, inoltre, trovare dei nuovi canali di vendita che permettano di offrire gli stessi prodotti a delle nicchie di mercato non ancora esplorate.

Per cui non è detto che, perché l’impresa abbia successo, debba disporre di un’idea assolutamente nuova e fantastica, anche perché ben presto qualcun altro finirebbe con l’imitare la nostra trovata. Invece, si potrebbe trattare dell’idea più banale e scontata e ciò nonostante riuscire benissimo.

E’ necessario, invece, che l’aspirante imprenditore abbia ben chiaro in mente cosa intende produrre o vendere, o quale servizio prestare fin nel minimo dettaglio.

A volte si ha già un’idea chiara in mente di cosa si vorrebbe fare con esattezza e si rimanda per anni il momento in cui tentare di realizzare il proprio progetto.

Spesso lavorando da molto tempo in un settore, magari come dipendente, e conoscendo bene determinati prodotti ed il relativo mercato, si intuisce quella che è un’opportunità che non è stata ancora sfruttata. Altre volte, invece, pur esistendo un desiderio di imprenditorialità manca l’idea concreta. In questi casi potrebbe essere utile osservare l’ambiente familiare e pensare a quali servizi o prodotti mancano, quali potrebbero essere migliorati, cercare spunti dalla lettura di giornali e riviste. Infine si possono valutare anche le proprie capacità professionali in modo da puntare sulle nostre competenze, anche se ciò non sempre è vincolante perché comunque si può imparare a fare bene anche qualcosa che non si conosce, magari seguendo un corso appropriato, documentandosi, leggendo libri, manuali e tutto ciò che si riesce a trovare sulla materia. E’ possibile trovare spunti anche dall’ osservazione del mercato o del nostro attuale o precedente ambiente di lavoro o cercare semplicemente di migliorare le idee che altri hanno avuto prima di noi. Non sottovalutiamo neppure la possibilità di trasformare un nostro hobby in un lavoro: spesso

proprio sugli hobbies abbiamo delle ottime competenze dato che si tratta di qualcosa che ci appassiona.

Un settore di attività nel quale molte nuove imprese hanno deciso di operare in tempi recenti è quello del sociale. Per finire, un mio suggerimento del tutto personale, pensate soprattutto a qualcosa che vi piacerebbe fare nella vostra vita. Perché la cosa più importante per riuscire è fare ciò che ci piace e ci gratifica. Se un lavoro ci piace ci metteremo l’entusiasmo giusto per affrontare le inevitabili difficoltà che

incontreremo, faremo di tutto per riuscire nel nostro progetto.

 

Il progetto d’impresa

Il progetto di impresa, in altre parole, è quel documento che serve a definire l’idea imprenditoriale, a pianificare le scelte dell’imprenditore e a verificare la fattibilità tecnica ed economica della nostra idea. Questo documento prende spesso il nome di business plan anche se in realtà, il business plan ha un contenuto più ampio rispetto ad un semplice progetto d’impresa. Quest’ultimo punta soprattutto la sua attenzione sulla valutazione dell’idea e sulla sua concreta realizzabilità ed è un documento ad uso esclusivo del potenziale imprenditore. Il busines splan ha, invece, un contenuto più ampio, ad esempio si occupa anche di definire la struttura organizzativa dell’impresa, ma soprattutto il business plan, detto anche studio di fattibilità o piano strategico dell’impresa è un documento redatto anche a beneficio dei potenziali investitori per esporre le linee essenziali che caratterizzano l’attività dell’impresa di nuova costituzione.

Redigere un progetto d’impresa ha un’importanza maggiore rispetto a quello che si potrebbe pensare. Infatti, il potenziale imprenditore, che si mette davanti a carta e penna per scrivere tutto ciò che può riguardare la futura impresa cerca di valutare a priori quelle che sono le conseguenze delle varie scelte che ha di fronte, cerca di valutare le risorse tecniche, umane e finanziarie di cui avrà bisogno e individuerà a priori degli elementi critici dell’attività da tenere sotto controllo, pianificherà le azioni da intraprendere, ecc..

Tutto questo ha un’importanza strategica poiché i primi anni di vita di un’impresa (spesso 2 o 3 anni) sono i più critici: l’imprenditore non conosce bene il mercato, la struttura produttiva ed organizzativa dell’impresa non sono

ancora ben collaudate, l’azienda non ha un nome noto sul mercato e farà fatica ad inserirsi in modo competitivo, inoltre reperirà i finanziamenti con maggiore difficoltà rispetto ad un’impresa che opera da anni sul mercato. Molti

imprenditori decidono di abbandonare proprio nella fase iniziale di vita dell’impresa. L’avere redatto un accurato progetto d’impresa farà sì che l’imprenditore avrà valutato, già prima di avviare la propria attività, la gran parte dei problemi che si potrebbero presentare individuando anche delle possibili soluzioni. Ciò, in genere, permette di superare più agevolmente la fase critica iniziale o di abbandonare l’idea se il progetto non sembra realizzabile.

E’ importante che esso sia scritto e non resti solo

un’idea nella nostra mente. Questo aiuta a chiarire meglio i concetti, a definire tutto con cura, a non trascurare nessun aspetto, a non dimenticare quanto esaminato in precedenza, ad avere ben in mente in base a quali ragionamenti siamo giunti a determinate conclusioni, a rivedere il progetto iniziale se ce ne sarà bisogno, a comunicare ad altri le nostre idee.

 

Mission aziendale

In questa prima fase della creazione del progetto d’impresa può essere utile definire la mission dell’azienda, cioè la sua missione. Questa espressione viene spesso utilizzata con significati diversi. Essa, comunque, sta ad intendere lo scopo di un’impresa e più in generale lo scopo per cui essa esiste e si differenzia da altri.

Se stiamo pensando di avviare una piccola impresa definire la nostra mission ci potrebbe sembrare un lavoro eccessivo e forse inutile. Tuttavia questo esercizio può esserci utile perché ci permette di focalizzare meglio l’idea di partenza.

Mentre l’idea ci dice quale sarà l’oggetto dell’attività della futura impresa, la definizione di una mission ha uno scopo più ampio che può costituire una giuda operativa su come sviluppare alcuni aspetti, come differenziaci da altre imprese che svolgono la stessa attività, come organizzare e gestire l’attività.

Essa spiega come l’impresa si vuole porre rispetto a dei bisogni presenti sul mercato. Quindi essa definisce quale utilità l’impresa vuole offrire sul mercato per soddisfare certi bisogni.

Pertanto la mission non spiega solamente quale è la ragione per cui l’impresa esiste, ma anche l’immagine che vogliamo che l’ambiente circostante percepisca della nostra azienda.

Facciamo qualche esempio per comprendere meglio questa affermazione: ipotizziamo di voler creare un’azienda che venda prodotti hardware e software.

Ci rendiamo conto, però, che i venditori di questi prodotti sono tanti e che la qualità degli stessi è tale da non riuscire più a rappresentare l’ago della bilancia che possa far propendere per l’acquisto di un prodotto anziché un altro. Ecco allora che la nostra mission potrebbe essere non la semplice fornitura di hardware e di programmi bensì quello di essere dei fornitori di consulenza e di servizi informativi con lo scopo di risolvere i problemi organizzativi dei clienti.

Vediamo un altro esempio. Una grande azienda come la Nokia non ha come mission la produzione e la vendita di cellulari bensì il favorire i contatti tra le persone: "Mettendo in contatto le persone noi aiutiamo il soddisfacimento di un fondamentale bisogno umano di contatti e relazioni sociali. La Nokia costruisce ponti tra le persone, sia quando sono lontane che faccia a faccia, e colma il divario tra le persone e le informazioni di cui hanno bisogno".

La Nokia produce cellulari, ma vuole dare un’immagine di sé che vada ben oltre.

Nella fase iniziale della stesura del progetto d’impresa può essere sufficiente avere chiara in mente l’idea di partenza. Via via che il progetto si amplia, comprendendo quali sono i prodotti o servizi da offrire, qual è la concorrenza, cosa offre e in cosa ci potremmo distinguere da essa, la mission dovrebbe essere definita in modo sempre più chiaro: essa potrà fare la differenza tra la nostra impresa ed altre simili che svolgono la medesima

 

L’idea di partenza

A questo punto, se decidiamo di volerci provare, dobbiamo iniziare col trovare l’idea giusta, in altre parole dobbiamo pensare al bene che la nostra impresa dovrà produrre o vendere o al servizio da offrire ai clienti.

Questo significa decidere anche se essere dei produttori di determinati beni, se vogliamo limitarci a vendere beni prodotti da altri o se vogliamo produrre dei servizi da offrire alla clientela.

Non è necessario che l’idea sia originale, mentre è importante che sia chiara e realizzabile.

L’idea è il punto di partenza del processo di creazione di un’impresa e dunque ad essa va prestata molta attenzione. Senza un’idea non si può neanche iniziare a pensare di mettersi in proprio.

E’ chiaro che potremmo pensare di offrire alla clientela un prodotto o un servizio assolutamente innovativi che nessun altro offre sul mercato, ma si potrebbe pensare anche di migliorare le caratteristiche qualitative di un prodotto o di un servizio già presenti sul mercato. Un'altra alternativa è quella di migliorare il processo produttivo di un bene o di un servizio in modo da poter offrire prodotti già presenti sul mercato, con le stesse caratteristiche un prezzo inferiore. Lo stesso discorso è valido se si riesce ad applicare alla propria impresa un’organizzazione del lavoro che consente la

riduzione dei costi sostenuti dall’impresa permettendo di vendere a dei prezzi inferiori rispetto a quelli applicati dalla concorrenza. E’ possibile, inoltre, trovare dei nuovi canali di vendita che permettano di offrire gli stessi prodotti a delle nicchie di mercato non ancora esplorate.

Per cui non è detto che, perché l’impresa abbia successo, debba disporre di un’idea assolutamente nuova e fantastica, anche perché ben presto qualcun altro finirebbe con l’imitare la nostra trovata. Invece, si potrebbe trattare dell’idea più banale e scontata e ciò nonostante riuscire benissimo.

E’ necessario, invece, che l’aspirante imprenditore abbia ben chiaro in mente cosa intende produrre o vendere, o quale servizio prestare fin nel minimo dettaglio.

A volte si ha già un’idea chiara in mente di cosa si vorrebbe fare con esattezza e si rimanda per anni il momento in cui tentare di realizzare il proprio progetto.

Spesso lavorando da molto tempo in un settore, magari come dipendente, e conoscendo bene determinati prodotti ed il relativo mercato, si intuisce quella che è un’opportunità che non è stata ancora sfruttata. Altre volte, invece, pur esistendo un desiderio di imprenditorialità manca l’idea concreta. In questi casi potrebbe essere utile osservare l’ambiente familiare e pensare a quali servizi o prodotti mancano, quali potrebbero essere migliorati, cercare spunti dalla lettura di giornali e riviste. Infine si possono valutare anche le proprie capacità professionali in modo da puntare sulle nostre competenze, anche se ciò non sempre è vincolante perché comunque si può imparare a fare bene anche qualcosa che non si conosce, magari seguendo un corso appropriato, documentandosi, leggendo libri, manuali e tutto ciò che si riesce a trovare sulla materia. E’ possibile trovare spunti anche dall’ osservazione del mercato o del nostro attuale o precedente ambiente di lavoro o cercare semplicemente di migliorare le idee che altri hanno avuto prima di noi. Non sottovalutiamo neppure la possibilità di trasformare un nostro hobby in un lavoro: spesso

proprio sugli hobbies abbiamo delle ottime competenze dato che si tratta di qualcosa che ci appassiona.

Un settore di attività nel quale molte nuove imprese hanno deciso di operare in tempi recenti è quello del sociale. Per finire, un mio suggerimento del tutto personale, pensate soprattutto a qualcosa che vi piacerebbe fare nella vostra vita. Perché la cosa più importante per riuscire è fare ciò che ci piace e ci gratifica. Se un lavoro ci piace ci metteremo l’entusiasmo giusto per affrontare le inevitabili difficoltà che

incontreremo, faremo di tutto per riuscire nel nostro progetto.

 

Il progetto d’impresa

Il progetto di impresa, in altre parole, è quel documento che serve a definire l’idea imprenditoriale, a pianificare le scelte dell’imprenditore e a verificare la fattibilità tecnica ed economica della nostra idea. Questo documento prende spesso il nome di business plan anche se in realtà, il business plan ha un contenuto più ampio rispetto ad un semplice progetto d’impresa. Quest’ultimo punta soprattutto la sua attenzione sulla valutazione dell’idea e sulla sua concreta realizzabilità ed è un documento ad uso esclusivo del potenziale imprenditore. Il busines splan ha, invece, un contenuto più ampio, ad esempio si occupa anche di definire la struttura organizzativa dell’impresa, ma soprattutto il business plan, detto anche studio di fattibilità o piano strategico dell’impresa è un documento redatto anche a beneficio dei potenziali investitori per esporre le linee essenziali che caratterizzano l’attività dell’impresa di nuova costituzione.

Redigere un progetto d’impresa ha un’importanza maggiore rispetto a quello che si potrebbe pensare. Infatti, il potenziale imprenditore, che si mette davanti a carta e penna per scrivere tutto ciò che può riguardare la futura impresa cerca di valutare a priori quelle che sono le conseguenze delle varie scelte che ha di fronte, cerca di valutare le risorse tecniche, umane e finanziarie di cui avrà bisogno e individuerà a priori degli elementi critici dell’attività da tenere sotto controllo, pianificherà le azioni da intraprendere, ecc..

Tutto questo ha un’importanza strategica poiché i primi anni di vita di un’impresa (spesso 2 o 3 anni) sono i più critici: l’imprenditore non conosce bene il mercato, la struttura produttiva ed organizzativa dell’impresa non sono

ancora ben collaudate, l’azienda non ha un nome noto sul mercato e farà fatica ad inserirsi in modo competitivo, inoltre reperirà i finanziamenti con maggiore difficoltà rispetto ad un’impresa che opera da anni sul mercato. Molti

imprenditori decidono di abbandonare proprio nella fase iniziale di vita dell’impresa. L’avere redatto un accurato progetto d’impresa farà sì che l’imprenditore avrà valutato, già prima di avviare la propria attività, la gran parte dei problemi che si potrebbero presentare individuando anche delle possibili soluzioni. Ciò, in genere, permette di superare più agevolmente la fase critica iniziale o di abbandonare l’idea se il progetto non sembra realizzabile.

E’ importante che esso sia scritto e non resti solo

un’idea nella nostra mente. Questo aiuta a chiarire meglio i concetti, a definire tutto con cura, a non trascurare nessun aspetto, a non dimenticare quanto esaminato in precedenza, ad avere ben in mente in base a quali ragionamenti siamo giunti a determinate conclusioni, a rivedere il progetto iniziale se ce ne sarà bisogno, a comunicare ad altri le nostre idee.

 

 

Il business plan

 

Lo strumento principe della cultura d’impresa è il business plan, quello strumento, cioè, che serve per tradurre a livello operativo un'idea in un contesto di business, in un'impresa appunto, che possa operare con profitto sul mercato. Il business plan contiene le informazioni sul mercato, sulle sue tendenze e sulle opportunità. Contiene la descrizione dell'idea, delle strategie per applicarla tenendo conto del contesto e della concorrenza, le persone che la attueranno, i tempi in cui essa sarà sviluppata. Ed altro ancora.

 

Il Business plan è al tempo stesso un documento di sintesi e una bussola, che guida ed orienta l'azione dell’imprenditore.

Nel mondo dell’imprenditoria giovanile uno dei modelli più utilizzati, proposto dal Consorzio Novimpresa, è composto da una rappresentazione in cui si distinguono quattro blocchi essenziali : Il primo blocco rappresenta sia la proprietà ed il management dell’impresa e l’idea che sta alla base della sua costituzione; il secondo blocco rappresenta il mercato nei confronti del quale l’impresa intende rivolgersi per proporre i suoi prodotti/servizi; il terzo contiene le considerazioni di carattere progettuale e le tecniche sia di produzione che di vendita, unite ai costi per investimenti e gestione aziendale; il quarto ed ultimo blocco infine si riferisce agli aspetti economici e finanziari che consentono di valutare l’effettiva redditività dell’impresa.

 

Il Business plan serve anche per ottenere finanziamenti dalle banche, per poter concretizzare i propri progetti di business. E qui emerge un altro elemento importante, critico. In parallelo le banche infatti dovrebbero sostenere le idee, cosa che oggi fanno assai poco, perché in genere ti danno soldi solo ne hai almeno altrettanti da dare in garanzia. Il problema vero è che l'obiettivo delle banche (come per ogni impresa, in realtà) non è aiutare il cittadino e l'impresa, ma fare profitto, e quindi le strategie discendono a cascata da questa considerazione.

 

E’ necessario quindi che anche gli istituti finanziari adottino una politica nuova, che premi le idee e si metta realmente a disposizione dei cittadini che abbiano idee e progetti da sviluppare. È altrettanto vero, però, che le idee devono essere supportate da strumenti operativi, chiari, strutturati e credibili. E ritorniamo al discorso del business plan. Insomma, ognuno deve fare la sua parte.

 

A dire il vero la situazione non è ancora esattamente rosea. La cultura d'impresa, specialmente nel centro e nel sud Italia, è un concetto ancora esotico. O al limite pura teoria.

 

Cosa fare? Allora, riepilogando, in estrema sintesi: la aziende sono in crisi, i pauperes di conseguenza vivono una crisi ancora più profonda, dalla crisi si uscirà gradualmente e non si sa bene come. Bisogna quindi fare uno scatto in avanti soprattutto da un punto di vista culturale. Bisogna guardare al mondo con un occhio nuovo, farsi venire idee, strutturarle, ma farlo con metodo e criterio, utilizzando gli strumenti e la cultura dell'impresa, primo tra tutti il business plan. Bisogna cercare sbocchi sul mercato, proporre la qualità, darsi da fare. Utilizzare le nuove tecnologie, il web e internet in particolare. Essere sempre vigili, aggiornarsi, cogliere le opportunità. E last but not least avere il sostegno delle banche, che debbono sostenere le idee e le persone di buona volontà.

 

Solo così i pauperes potranno avere la speranza di uscire dalla loro tipica e strutturale condizione di difficoltà, di mancanza di prospettiva e di incertezza.

 

 

 

 

1.1 Lo schema dell’ancora: padroni, pauperes e comunicatori

 

Parliamo di conservazione degli equilibri sociali. Nello schema dell’ancora si propone un modello della società attuale, un modello nel quale sono evidenziati gli elementi del mantenimento della stabilità e della sicurezza del sistema. Il modello di ancora al quale si fa riferimento è quello della cosiddetta ancora Ammiragliato, composta fondamentalmente da tre parti distinte, ognuna delle quali rappresenta un elemento specifico del modello.

 

Nello schema proposto il rettangolo superiore rappresenta il potere, mentre la parte inferiore rappresenta i pauperes, cioè la stragrande maggioranza degli abitanti del mondo. I lavoratori dipendenti, i poveri, insomma. La parte inferiore dello schema ha gli estremi rivolti verso l’alto, ad indicare la spinta che esiste affinché i pauperes stessi rivolgano i propri interessi e spendano i propri denari verso i padroni, posizionati in alto nello schema.

 

In una sorta di modello alla “Robin Hood” rovesciato, il significato dello schema consiste nel mantenimento della stabilità, intesa come un togliere ai poveri per dare ai ricchi, all’interno di un circolo continuo.

Per far sì che tale modello funzioni, però, il rettangolo superiore, i potenti insomma, hanno bisogno di utilizzare la barra centrale verticale, costituita dai comunicatori, che attraverso l’emissione di messaggi persuasivi hanno la funzione di recepire i messaggi ed i bisogni della parte superiore per trasmetterla ai pauperes, e per convincerli a spendere i propri soldi nel modo in cui i potenti desiderano.

 

Come vedremo in seguito, gli strumenti dell’informatica cosiddetta bianca, e grazie alle rivoluzioni che essa innesca, offrono la possibilità ai pauperes, altrimenti incatenati in questo ciclo senza fine, la possibilità di affrancarsi da questo sistema e di migliorare in modo considerevole le proprie condizioni di vita.

 

 

1.2 Le caste: privilegiati, condannati e nuovi apartheid

 

Se immaginassimo di sezionare la società sulla base della tipologia del lavoro svolto dalle persone, ci troveremmo di fronte a quattro macrosettori: nella zona “alta” si posizionerebbero i ricchi, i padroni. In una posizione intermedia troveremmo i lavoratori dipendenti pubblici, immediatamente sotto i dipendenti privati ed infine ci sarebbero quelli che il lavoro non ce l’hanno, ossia i poverissimi e gli emarginati. (Fig. 1)

 

 

 

 

 

 

Le due categorie intermedie, quelle cioè dei lavoratori dipendenti, risultano particolarmente interessanti da analizzare. E se confrontiamo i dipendenti del settore privato con quelli del settore pubblico, non possiamo non notare delle evidenti differenze di condizione ed una netta linea di demarcazione per quanto concerne alcuni aspetti determinanti e riguardanti la condizione professionale.

 

Da un punto di vista numerico, secondo l’Istat (www.istat.it), la situazione del lavoro dipendente in Italia è quella che segue:

 

-le amministrazioni pubbliche contano 3.540.496 dipendenti

-le aziende del settore privato contano 16.915.000 dipendenti

 

per un totale di 20.455.496 addetti.

 

Il peso relativo delle due componenti, in percentuale, risulta essere:

 

- 17,3 % per i lavoratori dipendenti del settore pubblico

- 82,7 % per i lavoratori dipendenti del settore privato

 

Il lavoratori pubblici, che rappresentano la componente di gran lunga minoritaria, risultano essere privilegiati per vari motivi nei confronti della grande maggioranza composta dai dipendenti privati.

 

Un primo elemento di differenziazione è dato dalla dignità del proprio lavoro. Si lavora (istituzionalmente) per la Comunità, sia essa un Municipio di un Comune, un Comune di una Provincia, una Provincia di una Regione, una Regione dello Stato o, comunque un Ente pubblico. Al contrario del Settore privato dove spesso, nelle Grandi Aziende, nelle Multinazionali, non si sa spesso molto bene per chi si lavora. Oscuri Gruppi di azionisti che non vedrai mai e che non sanno nemmeno che esisti. Inoltre, nel lavoro a padrone privato, esiste un modello organizzativo definito con l’acronimo MbO, ossia dal management by objectives, che è un metodo di valutazione del personale che si basa sui risultati raggiunti a fronte di obiettivi prefissati. I più classici sono quelli di vendita o di produttività. Gli obiettivi sono generalmente di tipo individuale, ma alcuni possono essere anche di gruppo. Il periodo assegnato per loro il raggiungimento è normalmente di un anno, all’interno del quale ci sono momenti intermedi di verifica. Ecco, il concetto di verifica, unito a quello di sanzione, fa la differenza tra condizione tra dipendente pubblico e dipendente privato. Con l’aggiunta che gli obiettivi del privato non sempre coincidono con le necessità del genere umano.

 

Nel settore privato l’applicazione di tale modello comporta una condizione di continuo stress psicologico, proprio per la tensione che si viene a creare; una tensione che allo stesso tempo si configura sia come spinta per raggiungere l’obiettivo, ma anche come paura di essere sanzionati.

 

Nel settore pubblico, invece tutto ciò si verifica ancora in modo molto limitato. Questo per un semplice motivo: che il MbO nel settore pubblico in passato non  si è mai applicato. Il lavoratore dipendente pubblico vive una condizione per la quale, non avendo obiettivi precisi e numerici da raggiungere, egli è sempre in realtà stato tranquillo di non essere sottoposto a giudizio ed a conseguente possibile sanzione. Se è vero che questo limita di molto lo stress e lascia maggiore libertà di movimento, è altrettanto vero che il livello di output prodotto dal pubblico dipendente ne risente in termini di standard qualitativi. E chi subisce tale mancanza di qualità e di efficienza è il cittadino, visto che il dipendente pubblico proprio per il cittadino stesso lavora.

 

Passiamo poi al confronto dal punto di vista della precarietà del lavoro. Nel settore privato oltre alle sanzioni previste dal metodo del MbO, l’azienda per cui si lavora, potrebbe correre il rischio di chiudere. Risultato: il dipendente si troverebbe senza lavoro, tranne i pochi fortunati, soprattutto i dipendenti di grandi aziende, che hanno a disposizione il cuscinetto della cassa integrazione, una peraltro magra consolazione. Inoltre il rischio della perdita del posto di lavoro, specialmente in momenti di crisi di mercato e nel caso si abbiano dei contratti a tempo, caso questo sempre più frequente, è sempre dietro l’angolo.

 

Invece nel settore pubblico le cose stanno in modo diverso. Per prima cosa: lo Stato non chiude, non fallisce (o almeno è assai difficile, e se accadesse cesserebbero di avere un senso tutti i discorsi qui affrontati) quindi, almeno secondo questo punto di vista la differenza è netta. Inoltre, anche se la riforma della Pubblica Amministrazione proposta dall’attuale Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione Renato Brunetta prevede delle novità in tal senso, è senz’altro vero che fino ad oggi lo Stato non licenziava. Se consideriamo poi la mancata applicazione del MbO, cioè del fatto che fino ad oggi non siano stati in realtà fissati obiettivi precisi nel settore pubblico e quindi neanche sanzioni per il loro mancato raggiungimento, si può ben capire come il lavoratore dipendente del settore privato sia lui il vero pauper, mentre quello pubblico relativamente ad esso abbia finora goduto di una situazione di indubbio privilegio.

La situazione dovrebbe risultare, con buona probabilità, abbastanza chiara. E quella che si interpone tra le due caste può essere definita come una “linea dell’apartheid”, una linea presidiata dai guardiani della casta, quelli che in realtà dovrebbero accoglierci per darci il massimo in termini di servizio e che invece spesso sembra ci stiano facendo un favore.

 

Se a tutto ciò si aggiunge la difficile situazione economica degli ultimi anni e che spesso andare a lavorare significa dover gestire situazioni complicate, che comprendono anche gli aspetti ed i problemi che la quotidianità riservano ad ognuno, come la famiglia, gli spostamenti, accompagnare i figli a scuola, fare le spesa e le esigenze personali più in generale, si riesce a comprendere quanto la categoria dei dipendenti privati sia maggiormente esposta a stress e rischi continui, e si trovi a vivere in una condizione di vita assai difficoltosa.

 

Ricchi e poveri è una divisione presente fin dai tempi antichi, ma ancora attuale. Per capire meglio le varie funzioni e caratteristiche sociali possiamo dividere la popolazione in caste: al gradino più alto vi sono i “Padroni” che detengono il potere supremo; subito dopo i “Lavoratori dipendenti della pubblica amministrazione” (circa 3,5 milioni di impiegati dello Stato con una posizione di prestigio). A dividerli dai ceti inferiori c’è l’“Apartheid”, casta che separa appunto i più ricchi dai lavoratori dipendenti del settore privato (circa 16,5 milioni) e dai “Pauperes altri”. La casta su cui è fruttifero lavorare, a cui si rivolgono principalmente anche le rivoluzioni informatiche, è quella dei “Dipendenti del settore privato”, considerata la più docile e più umile, quella senza conoscenze né raccomandazioni e che svolge il lavoro con puntualità e cortesia. Possiamo definirli anche come “malati terminali[1] che possono trovare sollievo attraverso le “droghe del web 2. 0”.

 

Figura 1 – Le caste

 

La “Soluzione” definitiva, con la conseguente ascesa sociale, è però possibile ed è fornita dallo Stato stesso e dagli incentivi messi a disposizione per l’avvio di attività imprenditoriali[2], che trasformano di fatto il lavoratore dipendente in padrone. Gli “Altri” invece sono per lo più dei “Pauperes Dispersi” di cui si sa poco o nulla perché operai,  disoccupati o realmente poveri e quindi cambiamento. In tutto questo l’informatica risulta essere un dei mezzi più efficaci per la diffusione irraggiungibili.

Fuori di metafora è importante sottolineare il ruolo centrale che assume la comunicazione nel nostro tempo, segnato da profonde innovazioni tecnologiche e da un continuo processo di delle informazioni, grazie anche alla nascita di internet e del web[3], e strumento utile in moltissime situazioni della vita di tutti i giorni.

 

 

1.3 L’informatica bianca, ossia le rivoluzioni che soccorrono i pauperes

 

L’informatica bianca è quella che si pone l’obiettivo di migliorare la vita dei pauperes.

Le nuove tecnologie, ed in particolare quella di internet, stanno offrendo sempre di più ed a un numero sempre più maggiore di persone, la possibilità di vivere in un mondo fatto più a misura d’uomo, un mondo che si adatta all’uomo, e non viceversa, come oggi quasi sempre accade.

 

1.3.1 Le sette rivoluzioni

 

La speranza di un miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori del settore privato viene da sette grandi innovazioni offerte da internet, sette rivoluzioni che possono veramente portare dei sensibili aumenti della qualità della vita ed offrire la reale e concreta possibilità di migliorare la propria condizione.

 

Queste rivoluzioni sono:

-          Telelavoro

-          E-vision

-          E-learning

-          E-government

-          E-commerce

-          E-information

-          E-operation

 

La filosofia che sta alla base del telelavoro è molto semplice: portare il lavoro dal lavoratore e non più viceversa, come avviene oggi. Ogni giorno milioni di persone sono costrette a trascorrere ore e ore nel traffico, in treno, in autobus, in metropolitana, solo per raggiungere il proprio posto di lavoro. Si esce la mattina presto e si torna a casa la sera, stanchi morti, si cena e si va a dormire, per iniziare un altro giro il giorno dopo. Non è una bellissima prospettiva di vita. Il telelavoro consente ai lavoratori di eliminare tutto ciò.

Negli USA ogni 10 secondi c'è qualcuno che inizia un'attività in casa. Negli ultimi 14 anni il numero delle attività in casa sono aumentate da 6 a 32 milioni e non ci sono flessioni in vista (fonte: www.workfromhome-doubleincome-now.com).

 

Il concetto di telelavoro sta subendo dei radicali cambiamenti. Mentre fino a poco tempo fa i telelavoratori si ritrovavano in spazi comuni, dove ciò che veniva prodotto, passava attraverso una LAN (local area network) verso un server locale che inviava i dati verso l’esterno, ora il server è remoto, quindi ogni teleworker è veramente libero anche dal luogo, visto che può fare quello che faceva prima direttamente da casa, per poi inviarlo al server che si occuperà di gestire a distanza e di “smistare” il flusso dell’informazione (fig.1).

 

             (fig.1)

È una vera e propria polverizzazione degli elementi del sistema quella alla quale potremo assistere in un prossimo futuro. La cosa interessante sarà analizzare le eventuali nuove e diverse aggregazioni che si formeranno in seguito, anche se ritengo sia difficilmente prevedibile in questo momento.

 



[1] Malati di povertà – Luciano Costa - Il riscatto dell’homo pauper, passim

[2] Ad esempio tramite il programma di sostegno 2007-2013 alle attività imprenditoriali giovanili – http://www.comunicati-stampa.net/com/cs-73640/

[3] Nel corso della tesi le parole “internet” e “web” verranno scritte appositamente con la prima lettera minuscola seguendo l’interpretazione data da Giancarlo Livraghi - L’umanità dell’internet cfr. : http://www.mediamente.rai.it/articoli/20011120b.asp