Le caste e l’ancora nel mondo del lavoro

Proviamo ad immaginare una metafora grafica per la struttura del nostro sociale. Scegliamo il disegno dell’ancora, che da millenni rappresenta la stabilità.

 

 

 

Nello schema, vediamo l’elemento alto orizzontale dove possiamo collocare tutti quelli che poi ci piacerà chiamare ‘i padroni’, ‘i comandanti’. Questa parte del mondo tiene in sicurezza la nave, ed è costituito da quelli che per qualche motivo sono ricchi o lo sono diventati e hanno, quindi, dei messaggi da dare  agli altri. Questi signori svolgono con competenza e senza scrupoli il loro ruolo di creatori di idee, di oggetti, di modi di vivere (dipendenze),  e devono fare arrivare i loro messaggi, devono vendere le loro idee o gli oggetti che producono, a tutta la massa degli altri.

Adesso, mettiamo tutta la massa degli altri nelle marre dell’ancora. In questa zona dell’ancora, normalmente invisibile perché immersa nel fango o nella sabbia, vivono le persone da convincere, vivono quelli che devono ricevere i messaggi dei padroni. E come fanno a ricevere i messaggi dei padroni? Chi glieli porta? Chi glieli trasmette? Ecco, qui in mezzo c’è l’asta principale dell’ancora, è qui la parte più importante dell’ancora costituita dai comunicatori, che convogliano i messaggi dei padroni verso il basso, fino a farli arrivare alle due marre. L’acronimo tipo di queta casta è SDC, Sicari della Comunicazione, che qualcuno a volte addolcisce in Scienze della Comunicazione. Le due marre  sono rivolte verso l’alto perché rappresentano veramente il modo in cui le grandi masse vivono, proiettando tutti i loro interessi e tutti i loro soldi verso i padroni, consentendoci di capire il perché di tutte queste follie del Natale, fare i regali. Fare i regali significa dare i soldi ai padroni, festeggiare San Valentino, tutte queste cose strane si fanno in funzione del fabbisogno avidissimo del pozzo senza fondo della tasca dei padroni. Pensiamo un momentino al fatto che se muoiono quattrocento vecchiette in un ospedale mal gestito non se ne accorge nessuno e tutto sommato non gliene importa un granché a nessuno, ma se si fa male un’attrice famosa, che inciampa per le scale e si storce un pochino un ditino, tutto il mondo ne parla, i telegiornali spendono immagini su immagini, suoni e suoni, musichette varie per farci sapere, tenerci aggiornati su quella cosa lì. Ecco quindi, in questo schema dell’ancora noi ci siamo veramente configurati una geometria di allocazione delle persone.

Certo, ci sono le persone che stanno fuori dell’ancora, sono gli artisti, i piccoli imprenditori, piccoli piccoli, di quelli che non hanno la statura finanziaria da poter lanciare i messaggi, però hanno anche loro bisogno, sono un pochino ai margini della zona dei padroni. Ora, in questo contesto si configura la libertà, dobbiamo parlare per forza della libertà.

Chi è il più libero di tutti? I liberi, la libertà va scendendo, noi possiamo appoggiare un triangolo rovesciato, dove le aree varie rappresentano la quantità di libertà; chiaramente, l’area più grande dal punto di vista della libertà è quella alta, quella dei padroni.

Da questo schema poi ne facciamo scaturire un altro, un vecchio schema sociale, fatto di cosiddette caste, le caste.

raccomandazioni e che svolge il lavoro con puntualità e cortesia. Possiamo definirli anche come “malati terminali” che possono trovare sollievo attraverso le “droghe del web 2. 0”.

 

Figura 1 – Le caste

 

La “Soluzione” definitiva, con la conseguente ascesa sociale, è però possibile ed è fornita dallo Stato stesso e dagli incentivi messi a disposizione per l’avvio di attività imprenditoriali[1], che trasformano di fatto il lavoratore

Ora, vediamo nella figura, ci sono quattro rettangoli, gli americani ne usano sette, ma noi siamo un pochino indietro, a noi quattro ci bastano.

Ecco, in quello in alto collochiamo esattamente i padroni, i padroni che popolano tutte e tre le sfere, che popolano il rettangolo nell’ancora e sono sempre loro, quelli che hanno i soldi, che debbono continuare a farne per sopravvivere, primo perché sono di un’avidità incontenibile, secondo perché se non continuano a fare sempre più soldi sempre più soldi finisce che muoiono di fame.

Ecco, a questa casta immediatamente sopra ce n’è un’altra fatta di persone che non sono padroni, e non sono padroni perché non hanno sostanze, finanze, e sono costretti a lavorare per vivere, però hanno avuto la fortuna di lavorare e di infilarsi nella cosiddetta pubblica amministrazione, una specie di paradiso terrestre dove l’uomo ha tutta la sua dignità. Ha la sua dignità perché intanto lavora per gli altri e se lavora bene, se fa con coscienza quello che deve fare, egli rappresenta il massimo della dignità nell’impiego del proprio tempo. Questi signori vengono anche trattati con grande dignità, nel senso che non esiste il management by objective, cioè il lavoro per obiettivi: io ti do un obiettivo poi tra un anno misuro quello che hai fatto e se non hai raggiunto l’obiettivo ti tratto male, ti insulto e ti caccio via. No, tutto questo non c’è. Quindi abbiamo la massima dignità, la massima nobiltà e, tutto sommato, la massima libertà. Qualcuno dice che le retribuzioni molto spesso sono modeste, ma io penso che siano sufficienti per vivere decorosamente e il valore della dignità e della libertà che si raggiunge lavorando in quel contesto nobilissimo sono assolutamente impagabili.

Sotto troviamo la casta, più umile, più sfortunata di persone povere ancora che sono costrette a lavorare per sopravvivere, ma che sono state costrette o sono costrette a lavorare per conto di qualcun altro, di un padrone. Queste persone si portano la mattina presto dentro una location altrui, stanno tutto il tempo lì e la sera tornano a casa. Quello che fanno è regolato da obiettivi molto chiari, assolutamente da raggiungere, pena in decadimento addirittura in certi casi del rapporto di lavoro, e la sera tornano a casa. Se hanno delle possibilità di uscire dal cosiddetto ufficio, lo fanno perché debbono andare in giro a vendere i prodotti e/o le idee dei padroni. Questa casta è quindi la casta dove non c’è nessuna nobiltà, perché vendere oggetti molto spesso inutili od obsoleti, addirittura in certi casi immorali, non rappresenta delle caratteristiche di nobiltà di nessun tipo.  E non solo, le retribuzioni forse possono essere anche interessanti, ma sono sempre legate a un tipo di lavoro continuamente controllato: il capo controlla a che ora arrivi, a che ora te ne vai, quello che fai, misura tutto quello che fai, ti prende continuamente e ti riprende se sbagli. Insomma, è una condizione di (?).

E’ a questa casta che l’informatica, quella della comunicazione, si rivolge, perché a questi signori noi possiamo portare dei palliativi, dei placebo, oppure possiamo portare delle idee per farli migliorare.

Un tipo di palliativo è costituito dalle sette rivoluzioni e quella più importante di tutte è il telelavoro, che consente a questi signori almeno di risparmiarsi l’agonia dello spostamento quotidiano, del traffico, dell’inquinamento, del panino a mezzogiorno, della pausa pranzo assolutamente vergognosa, perché molto spesso sei costretto ad andare a pranzo col capo e quindi continuare a parlare di lavoro, ecc ecc.

Questi palliativi non risolvono il problema, il malato è un malato terminale, è finito, non ha speranze, però gli consentono in qualche modo di vivere meglio, di sollevarsi un pochino meglio. L’altro sistema è quello di portargli della cultura, ad esempio la cultura di impresa, e allora gli si può far credere che lui possa, imparando a fare l’imprenditore, riuscendo ad ottenere dei finanziamenti che ci sono e sono molto interessanti, uscire dalla casta, salire, scavalcare la casta degli impiegati della pubblica amministrazione ed entrare nella casta dei padroni.

Ci sono tanti soldi a disposizione, c’è tanta cultura. Dell’ultima casta non parliamo, perché proprio non ci interessa affatto.

 

Fuga dalla casta

 

 

Nel mondo dell’impiego privato vivono delle figure di sofferenti, di pazienti particolarmente sofferenti. C’è un bellissimo appartamentino, un seminterrato all’incrocio tra via Giulio Caccini e via Po a Roma e di fronte c’è una delle ville più belle della Capitale con un immenso parco intorno e decine di palme di quelle catalogate dal WWF, meravigliosa, una villa altissima di quattro piani, con tutte statue, alberi. Di fronte all’ingresso principale, ingresso carrabile di questa villa c’è un seminterrato abbastanza squallido, buio, dove tutti i giorni vanno i poveri impiegati del privato (la società non ci interessa sapere adesso chi sia). Sono persone provate della loro libertà, ricattate da una società basata sulla seconda lettera di San Paolo ai Tessalonicesi: chi non lavora neppure mangi. Eh, neppure mangi vuol dire una condanna a morte e la condanna a morte c’è, esiste, è sancita dalla Costituzione. La Costituzione dice l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, e quindi sulla morte in assenza di lavoro: se io non ho da lavorare muoio di fame. Quindi, la repubblica italiana è una repubblica democratica fondata sulla morte, a meno che uno non nasca ricco o non abbia…

Ora, a questa dell’elite, a questi poveretti, i peones, i paria, questa povera gente se noi abbiamo la casta possiamo dare due tipi di interventi: o l’informatica, che genera piccoli grandi miglioramenti nel modo di vivere, e questa è rappresentata dalle sette rivoluzioni (ne parleremo poi); un altro tipo di possibile intervento è quello di dare, di cercare da questi signori i più ardimentosi è quello di dare una nuova cultura, è quello di dare dei soldi per riuscire a farli diventare imprenditori. Inventarsi qualche cosa, è il discorso della fabbrichetta: manca un negozio, un esercizio commerciale di varia natura che consenta loro di diventare impiegati si sé stessi, che consenta loro di diventare patron della propria vita, di uscire dalla casta, fare un salto e finire allo stesso livello dei padroni, mescolandosi fra di loro e facendo quei discorsi strani che si sentono fare ai ricchi: il lavoro, bisogna lavorare, il lavoro nobilita l’uomo…tutte queste grandissime cose che ci hanno detto. Ovviamente poi ci sono delle generazioni di questo mondo qua, non è tutto rose e fiori, perché questa piccola-media impresa di cui si continua a parlare molto spesso è fatta di lestofanti, senza scrupoli, che prendono dei soldi e mettono su una fabbrichetta, che non sappiamo bene cosa produca, se la produca veramente.

Ora, questa fabbrichetta assume solo stranieri, persone di colore, che non viene dichiarato, non viene denunciato. Se il padrone della fabbrichetta guadagna qualche soldo, non denuncia sicuramente niente, mette i soldi all’estero, checché se ne dica dello scudo fiscale, nasconde, in quatta da qualche parte questi soldi; gli operai e gli impiegati li tiene in nero, quindi le nostre previdenze sociali non s’accorgono di questi, non c’è nessun beneficio per il Paese, non c’è nessun beneficio per le infrastrutture. I poveri negretti non cambiano sostanzialmente la propria vita, perché tutti i soldi che guadagnano, pochi per la verità, li mandano all’estero e rimane soltanto, per il  Paese rimane soltanto un pezzo di terra verde coltivabile che è stata (?) in capannoni che prima o poi chiuderanno perché sono tutte impresette finte che non hanno niente da fare, tutte cose finte di cui rimarrà soltanto lo stupro territoriale punto e basta. Di questo non possiamo far finta.